Giustizia negata: storia delle “comfort women”

Quando qualcuno ci parla della Seconda Guerra Mondiale, siamo abituati a pensare alla Germania, al nazismo, allo sterminio degli ebrei, degli omosessuali e degli oppositori politici. Al fascismo. Tuttavia, c’è una parte della storia della Seconda Guerra Mondiale che il mondo Occidentale nega, perché non conosce. E’ la storia dell’occupazione giapponese in Asia continentale e dei crimini di guerra che si portò dietro.

 

Durante la Guerra, quando l’Impero giapponese invase il sud del continente asiatico per combattere i cinesi, ebbe inizio una delle pagine peggiori della storia giapponese e, in generale, dell’Asia. Da alcune lettere militari rinvenute e da testimonianze, si può notare come il governo giapponese avesse inizialmente cercato di stabilire delle comfort stations, stazioni di conforto per i soldati al fronte. Il Governo dell’Impero del Sol Levante giustificò la nascita di questi centri con l’idea che avrebbero prevenuto il malcontento dei soldati e quindi possibili stupri ai danni delle popolazioni locali che avrebbero aumentato l’ostilità verso i soldati.

 

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Alcuni storici sostengono che la maggior parte delle donne presenti nelle comfort stations fossero giapponesi. Tuttavia, alcuni studiosi come Yoshiaki Yoshimi, sostengono che più di 200.000 donne provenissero dalle zone occupate, quindi la Corea, le Filippine, Birmania, Indie Orientali Olandesi, Paesi Bassi. Con l’inganno, le minacce e la coercizione, i soldati giapponesi iniziarono a sequestrare e stuprare migliaia di donne e ragazze.

 

Durante tutta la seconda metà del ‘900 si sono fatti avanti testimoni che raccontano storie agghiaccianti. Nel Marzo 2007, la rivista online The Washington Post rilasciò un articolo firmato dal giornalista Hiroko Tabuchi in cui l’ex soldato delle forze armate dell’Impero Giapponese, Yasuji Kaneko dichiarava: “Gridavano, ma a noi non importava se quelle donne vivevano o morivano. Eravamo i soldati dell’imperatore. Che fosse nei bordelli o nei villaggi, stupravamo senza ritegno“.
Da alcune testimonianze delle sopravvissute si è scoperto che gli uomini giapponesi arrivavano in un villaggio e separavano gli uomini e i ragazzi dalle donne, uccidendo i primi e stuprando le seconde. Istituivano dei luoghi in cui segregare le ragazze (alcune anche molto giovani); case in cui queste donne subivano stupri giornalieri da più soldati e da cui assistevano impotenti alla sistematica uccisione dei loro uomini.

 

Queste donne, vittime della violenza militare, sono conosciute con diversi nomi in Asia: nelle Filippine vengono chiamate Lola, in Corea del Sud sono le comfort women (dal giapponese ianfu (慰安婦), eufemismo per shōfu (娼婦) che significa “prostituta/e”) o, più affezionatamente, halmoni (nonne). Molte delle sopravvissute sono morte ma alcune di loro vivono ancora e, nonostante il dolore del ricordo e delle ferite subite, raccontano la loro storia a chi è disposto ad ascoltare e ad aiutare.

 

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Foto di Keyoak Cho durante l’esibizione fotografica di Ahn Sehong sulle comfort women.

 

Nella città di Gwangju, in Corea del Sud, è stata creata la House of Sharing, un edificio adibito a museo e ricovero per le sopravvissute. Tutti gli anni, migliaia di turisti di ogni nazionalità percorrono le sale del museo e imparano la storia delle donne del conforto e, quando possibile, ascoltano i racconti direttamente da loro.
Un rifugio simile è stato costruito a Quezon, nella regione Metro Manila (Filippine). Il Lila-Pilipina Lola’s Center ospita alcune delle sopravvissute filippine alla schiavitù sessuale perpetrata dai militari giapponesi. Una di loro raccontò ad una giornalista coreana che venne presa da due soldati, portata in una stanza e stuprata a ripetizione da entrambi: uno la teneva ferma e l’altro la violentava. Inoltre, raccontò che dovette assistere alla tortura e all’uccisione del padre e del fratello.

 

All’Udienza Pubblica sui crimini di guerra giapponesi del 1992, Ruff O’Herne, una donna nata nelle Indie Orientali Olandesi e ora residente in Australia, decise di raccontare per la prima volta dalla fine della Guerra ciò che le successe. Dopo quella testimonianza, si attivò per far sì che la storia delle comfort women non venisse dimenticata.

 

 

In Corea del Sud, soprattutto, la questione delle comfort women è molto sentita. Ogni Gennaio le sopravvissute e gli attivisti si mobilitano e si ritrovano davanti all’ambasciata giapponese per protestare e richiedere scuse ufficiali dal governo giapponese. Scuse che sono arrivate, anche se in maniera non del tutto soddisfacente, a fine 2015 quando il Giappone accordò di riconoscere la responsabilità per le sofferenze delle vittime e di pagare all’incirca 8 milioni di dollari per dare vita a un fondo per le sopravvissute.

 

Questa decisione tra i due governi ha portato ad aspre critiche in quanto molte delle sopravvissute si sono sentite tradite dal proprio paese per non essere state coinvolte direttamente nelle trattative. Inoltre, per molti le dichiarazioni del governo giapponese non valgono ancora, in quanto il governo non avrebbe davvero riconosciuto il crimine di guerra commesso. A deteriorare ancora di più gli animi, nell’accordo tra Corea e Giappone c’è un punto che vorrebbe la rimozione della statua in memoria delle donne del conforto che fu eretta nel 2011 davanti all’ambasciata nipponica.

 

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E’ chiaro che la questione delle comfort women  in Asia è ancora una ferita non rimarginata e una questione politica che pesa fortemente, soprattutto tra Corea e Giappone. E’ difficile dare una misura di ciò che il Giappone dovrebbe fare per fare ammenda, ma è anche vero che il tempo delle sopravvissute sta terminando. Le lasceranno morire senza aver visto giustizia per le atrocità che hanno dovuto passare, o finalmente il Giappone chinerà la testa e ammetterà una volta per tutte i crimini di guerra di cui si è macchiato le mani?

 

Vi consiglio questo approfondimento giornalistico mandato in onda dall’emittente coreana Arirang nel 2013 che potete trovare su Youtube: Arirang Special: “Comfort women”, One Last Cry.

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Violenze sessuali e vestiti: quando il mondo reale non sa vivere senza giustificazioni

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Il caso Lezzi (M5S) contro Barani e D’Anna (Verdi) ha scatenato una discussione feroce che ancora oggi, a giorni di distanza, non si placa.

Vorrei partire dal presupposto che ciò che i due senatori hanno fatto è davvero indegno della carica che ricoprono e in generale si presta a critiche e indignazione come, effettivamente, è successo.

La politica è un mondo di maschi, checché si siano fatti passi avanti enormi nell’introdurre figure femminili negli alti vertici (ma a quando il primo Presidente del Consiglio donna?) e purtroppo la politica italiana è il peggior esempio di maschilismo primitivo.
Comportamenti simili è giusto che vengano puniti (e cinque giorni di sospensione mi sembrano anche pochi) e abbiano risalto mediatico, anche perché avvicinano i ragazzi a temi attuali e ad atteggiamenti che nei gruppi di coetanei accadono sin troppo spesso. Quante volte gli amici hanno fatto gesti allusori alle ragazze? Quante volte hanno usato termini e fatto riferimenti sessuali “per scherzo”?

E’ difficile farli smettere se poi accedono la televisione e vedono che la donna è costantemente spogliata della sua dignità per far aumentare lo share di un programma, per rendere più accattivante una pubblicità. Attenzione! Non mi riferisco alle fotografie professionali di moda, in quanto quelle le definisco esaltazioni della bellezza e arte; mi riferisco a pubblicità in cui l’uso di una modella semi nuda non è minimamente giustificato dal tipo di prodotto che si vuole vendere.

E’ difficile far smettere i ragazzi anche perché quando accendono la televisione o il computer, si ritrovano a leggere che un rappresentante dello Stato fa esattamente la stessa cosa. Una persona che loro sanno essere (in teoria) un modello di riferimento.

Questa è una conseguenza importante di questo increscioso fatto e forse è meglio che qualcuno inizi a sottolinearla.

Un’altra conseguenza è, ovviamente, il dibattito che ne è conseguito. Il capo gruppo del Partito Democratico, Zanda, sembra aver affermato che i gesti dei verdiani fossero stati provocati. Ora, non sono una fan del Movimento 5 Stelle, ma credo che in questo momento forse dovremmo lasciar perdere tutte le etichette e andare al nocciolo della questione. Le signore Lezzi e Taverna sono “accusate” di aver agito in un modo che avrebbe giustificato la reazione dei verdiani e quindi i gesti. Credo che non vi siano dubbi nell’affermare che questa posizione è insostenibile. Nulla, e ripeto nulla, giustifica gesti mirati a insultare l’integrità morale di una persona, sia essa femmina o maschio.

La signora Lezzi, infatti, risponde al signor Zanda e glielo conferma usando parole molto forti: “Una scollatura non giustifica uno stupro“. Sono d’accordo, pienamente d’accordo. Come un paio di pantaloni attillati non giustificano la mano morta di certi pervertiti sul tram e un’opinione differente non giustifica gesti che rimandino ad azioni esplicitamente sessuali.

C’è, però, un “tuttavia”. E so anche che questo “tuttavia” mi potrebbe portare più commenti negativi che positivi, ma siamo in un paese in cui (in teoria) è possibile esporre la propria opinione, per cui andrò avanti.

“Una scollatura non giustifica uno stupro” è una verità assoluta. Teoricamente parlando, nessuna scelta individuale su come vestirsi dovrebbe giustificare un comportamento del genere. In un mondo ideale, in cui gli uomini vivono in dignità e rispettano quella degli altri a prescindere dalle differenze nelle scelte di stili di vita, come ci si veste non influisce sulle relazioni tra gli individui. In questo mondo ideale un adolescente può andare in giro con la minigonna in un vicolo di notte e non aver paura di essere violentata. In questo mondo ideale una donna che esce dal un club vestita per la serata e un po’ brilla non avrà paura di non riuscire a rifiutare le “avance” di un uomo e poi rischiare di non veder giustizia perché “era vestita in modo provocatorio e inebriata”.

Ma questo mondo ideale non esiste. E’, per l’appunto, ideale. Viviamo invece in un mondo in cui molti uomini pensano ancora con gli organi genitali e hanno un comportamento più simile a quello di bestie che di uomini razionali. Questi “uomini” vedono delle belle gambe sotto una gonna un po’ più corta e pensano che questo sia un implicito invito a prendersi ciò che non è loro. Vedono che i pantaloni di una ragazza le fasciano le forme e pensano che li abbia indossati per farsi toccare sul tram o sull’autobus.

Per cui possiamo possiamo ripetere all’infinito che “una scollatura non giustifica uno stupro” ma forse dovremmo prima educare i nostri figli e figlie al rispetto e alla dignità umana. Forse dovremmo dire alle nostre figlie che un paio di pantaloncini talmente corti che le scoprono la curva del sedere non è sexy, non è fashion, è volgare. E dovremmo insegnare ai nostri figli che anche se vedono una ragazza con quei pantaloncini, questo non significa che la ragazza sia disponibile a farsi toccare.

Dico che bisogna educare i figli perché con i genitori, zii e adulti in generale, ci ho ormai perso la speranza. Non li puoi salvare perché ormai hanno in testa che possono prendere quello che vogliono quando vogliono.

Con i giovani, invece, abbiamo la possibilità di insegnare loro ad essere persone migliori che renderanno il mondo un posto più sicuro; magari riusciremo a farli vivere in quel mondo ideale in cui mettere una minigonna o un paio di pantaloncini non sarà usato come scusa.

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26 giugno 2015: tra orgoglio e terrorismo

Il 26 giugno il mondo si è letteralmente spaccato a metà.

Oltre oceano l’America festeggiava la vittoria storica dei movimenti omosessuali con la decisione della Corte Suprema di rendere legali in tutti i 50 Stati i matrimoni tra persone dello stesso sesso; da questa parte dell’oceano, invece, 3 continenti tremavano, colpiti dal fuoco del terrorismo.

E’ quasi paradossale come situazione, ci si chiede se non fosse voluta. Metà mondo muore e l’altra metà festeggia la nascita di qualcosa di grande. E’ la dicotomia del nostro tempo, diviso tra lotte sociali per i diritti e lotte definite “culturali” e “religiose”. Sembra di tornare nel Medioevo per certi aspetti, solo che a far partire l’offensiva non sono più i principati e regimi cristiani ma quelli musulmani radicali (o estremisti).

La vittoria americana ha avuto un riscontro mediatico impressionante e per questo leggo di persone più o meno scioccate dal fatto che ci si interessi di più a questo rispetto a quello che è successo a due passi da casa nostra. Forse è perché contro l’ISIS e contro i fanatici del terrorismo la gente comune non può fare altro che guardare impotente, scappare, piangere i morti. Perché ammettiamolo, cosa può il cittadino medio di qualsiasi stato contro le cellule terroristiche? Non è qualcosa per cui un movimento, cortei, dibattiti, possano trovare una soluzione. Non è qualcosa su cui hanno il potere di fare il cambiamento come per la lotta per i diritti degli omosessuali, delle donne o di qualsiasi altra lotta sociale. Sono i governi, le comunità internazionali, i consigli militari, i servizi segreti ad avere il potere di fermare il terrorismo.

Per questo non mi sento di colpevolizzare chi, nella giornata di ieri (e anche di oggi con il Gay Pride di Milano) decide di festeggiare qualcosa su cui davvero si può fare la differenza individualmente. Perché potrebbero chiederci di votare domani un referendum sui matrimoni di persone dello stesso sesso e allora il nostro sì/no varrà qualcosa; ma non ci chiederanno mai di votare per la lotta al terrorismo perché quelle sono decisioni che si prendono tra le mura dei grandi palazzi della politica e della guerra.
Non ci lasciano nemmeno scegliere su questioni che ci toccano tutti i giorni come i migranti e la loro accoglienza nelle nostre città, figuriamoci su una potenziale minaccia che per ora ci ha miracolosamente sfiorati ma mai toccati.

Questo non significa che non bisogna ricordare le vittime, persone come noi che non avevano colpe e non ne avranno mai, ma che si sono trovate nel mirino di gente fanatica con una visione distorta del mondo, senza un briciolo di compassione umana dentro di se. Per questo sarebbe bello se oggi durante il Gay Pride, ci si fermasse un minuto a ricordo di quelle vittime e di tutte le altre che negli anni si sono ritrovate davanti al mirino del terrorismo internazionale.

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L’Irlanda dice “Sì” 

L’Irlanda manda tutti a riflettere nell’angolo. 

Lo fa con uno schiacciante 62,1% di Si al referendum popolare che chiedeva agli irlandesi se volevano aggiungere una clausola in favore dei matrimoni gay nell’articolo 41 della costituzione del 1973. La Famiglia irlandese, quindi, comprenderà finalmente anche quelle formate da coppie dello stesso sesso. 

Quello che rende questo referendum così importante, oltre all’evidente risultato, è proprio il fatto che è il primo referendum al mondo ad essere indetto per questo delicato argomento. Di tutti i paesi che in qualche modo garantiscono diritti alle coppie omosessuali, nessuno aveva chiesto direttamente al popolo cosa ne pensasse. Quindi l’Irlanda non solo ha dato al mondo una lezione sui diritti umani ma anche una lezione sulla democrazia. 

Come espresso dal primo ministro Enda Kenny, è un messaggio pionieristico che potrebbe avere ripercussioni importanti sulle decisioni degli stati europei che ancora negano il matrimonio alle coppie omosessuali e che garantiscono solo (o nemmeno) le unioni civili. È difficile non pensarla così quando anche l’arcivescovo di Dublino ha affermato che “Ci dobbiamo fermare, guardare ai fatti e metterci in ascolto dei giovani. Non si può negare l’evidenza” . La cattolicissima Irlanda (fino al 1993 l’omosessualità era un reato) ha saputo mettersi al pari con la realtà sociale e culturale del mondo moderno, provando che religione e omosessualità non devono per forza scontrarsi. 

L’Irlanda va così ad affiancarsi ad altri 13 paesi europei: Islanda, Regno Unito, Slovenia, Norvegia, Finlandia, Danimarca, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Francia, Spagna, Portoglallo e Slovenia. Altri 10 paesi europei permettono una qualche forma di unione civile mentre i restanti (compresi quelli che non fanno parte dell’Unione) non hanno ad oggi, alcuna legislazione in merito. In quest’ultimo gruppo si può trovare anche l’Italia. Il ddl sulle unioni civili proposto da Cirinnà è ancora bloccato in parlamento e fortemente osteggiato da molti attori sia politici che sociali. L’Italia lotta da  quasi trent’anni per rimediare a questa lacuna e per cercare di lasciarsi alle spalle la nomea di “ultimo paese dell’Europa occidentale a non avere ancora una legislazione sulle unioni civili”. Il nostro è un Paese fortemente dualistico in cui modernità e tradizioni secolari vanno di pari passo e spesso si confondono l’uno nell’altro. Mi sono sempre chiesta come si possa inneggiare alla laicità dello stato così come espressa dalla costituzione italiana e poi utilizzare ragionamenti profondamente influenzati dalla visione cattolica per continuare a discriminare una non più innegabile parte della popolazione. Mi sono sempre chiesta come si possa definirsi attori di primo piano per la difesa dei diritti umani e poi concederli in modo arbitrario. La speranza ultima, quindi, è che questa grande vittoria irlandese insegni agli italiani (ma non solo) a guardare davvero alla realtà di oggi e ad adeguarcisi al più presto. 

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Ricordare il 16 Aprile 2014: un anno dopo la tragedia del traghetto ‘Sewol’

E’ passato un anno dalla tragedia del traghetto ‘Sewol’ a largo delle coste della Corea del Sud; oggi, la Corea ricorda le sue 295 vittime a bordo, i 2 soccorritori e i 9 dispersi.

Quando stamattina mi sono svegliata e ho navigato nei siti dei due principali quotidiani italiani (Corriere della Sera e Repubblica) speravo di trovare anche solo un trafiletto a riguardo in rispetto di tutte quelle vite (così giovani per la maggior parte) e di chi è rimasto a ricordarle e a convivere con la perdita. Ovviamente avrei dovuto aspettarmi quello che ho trovato: niente. Perché? Perché ultimamente sembra che alla stampa italiana interessi, oltre alla ovvia politica interna ed europea e all’economia, il gossip di terza categoria. Per cui, oggi, il Corriere.it sfoggia articoli su Madonna e il suo bacio rifiutato, su Giselle Bundchen e il suo addio alle passerelle, una lista dei lavori più felici dell’anno e addirittura il senza tetto fenomeno del calcio.
Ora io mi chiedo se davvero, nell’era dei mi piace e delle statistiche sulle visualizzazioni, anche i giornali abbiano deciso di imporre ai propri giornalisti l’idea che l’articolo verrà pubblicato solo se avrà la certezza di avere un tot di visualizzazioni e mi piace.

E forse preferisco pensare che il motivo sia questo, piuttosto che quello che vede la stampa nostrana disinteressata a ricordare centinaia di studenti morti tragicamente al freddo e spaventati, perché sul loro passaporto non c’era scritto “Repubblica Italiana”.
Perché se ci avete fatto caso, le grandi tragedie occupano le nostre prime pagine quando nei titoli si può leggere “X italiani tra le vittime”. E se da un lato è normale sentirsi toccati in maniera profonda quando a morire è un connazionale, è anche vero però che questo atteggiamento rinforza una sottintesa linea di pensiero piuttosto controversa “non sono italiani quindi fa niente”. E’ spaventoso e tremendamente sbagliato.

Io vorrei dissociarmi da questa linea e vorrei appendere alla mia finestra il fiocco giallo commemorativo e spendere almeno un minuto di oggi a ricordare quei giovani, non tanto più giovani di me, che per colpa di chi non ha fatto bene il proprio lavoro hanno visto interrompersi una vita piena di sogni e opportunità.

Io ricordo il 16 Aprile 2014.

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“You are normal”: what dads should always remind to their homosexual sons/daughters.

Today, the news of two american twins coming out to their father while recording their coming out to the world for Youtube, breaks it way through italian news papers. It was touching and heaertbreaking watching this two wonderful guys breaking the moment their father answered the phone call.

I just can imagine what was going on in their minds and through their words we can have a glimpse of it: “We didn’t want you to find out through YT“; “We don’t want you to not love us anymore” “We just don’t want things to change. We just want all to be normal“.

Coming out is a critical step to homosexuals. Coming out to their parents, their dads in particular, is even more critical. Religions and society keep telling us that being homosexual isn’t normal, isn’t right; so how can you tell your father, who’s being there for you since day 1, that you’re something that others think is not normal? I’m amazed by this father reaction. First thing he says to his sons is that “You know i love you both and that will never change“. Because this is what dads do: they love us no matter what. And then he keeps going:”i can undo being your father“,”You gotta do what you gotta do“. Because thta’s the second thing dads do: support their children through tough moments, throughout this tough life.
But this dad doesn’t stop there, he goes on and say something that i think it’s even more important: “You are normal. What do you mean? You know i’m not gonna sit here and try to tell ya <you’re not>, or try to say <Why?>, or try to say <Change> .It’s what it is, you know? It’s what you can do, live your lives.

That “You are normal” is the key sentence. No matter what some close minded people say; no matter what some ancient religion say. Being homosexual doesn’t mean being different, it means who you are.

source: Corriere della Sera
original video: Twins Come Out To Dad

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Hong Kong: fear of another Tienanmen Square

6 days, hundreds articles, thousands people, one dream: democracy.

Hong Kong students’ protest keeps going on despite governor Chun-ying Leung has granted some time to discuss; however, his position on others students’ requests remains unmoved: he won’t resign.
Students are up to change things before the 2017 elections: universal elections, freedom in the process of chosing the candidates and strong opposition to Pechino’s meddling in Hong Kong’s political agenda.

The official newspaper of the government of China, People’s Daily, claims that the protest is set to die soon and that there won’t be any concession regarding the selection of the candidates.
But the newspaper doesn’t stop here: “[…]The core purpose of instigators of illegal activities is to ensure that their representatives, including those defiance of the central authorities, can become candidates of HKSR’s chief executives[…] Such a demand is neither illegal nor reasonable”.

It’s clear enough what is the purpose of the central government: discredit the protest and the protesters. Something that the Party has often done in the past years, every time he had felt cornered or challenged. However, it wasn’t always like this: it used to be worse.
Witnesses of those days remember it too well and those who just study what happened can’t help but cringe.

Tiananmen Square Protest, 1989

What started as a peaceful protest for more freedom, democracy and transparency in the party, was handled as a revolution.
People died after facing the brutal methods of the police; protest’s leaders and democracy activists were exiled or imprisoned; hundreds to thousands were wounded; media control was tightened and the political reform halted.

This is how the Party handled things back then. But, of course, now if it wants to survive the pressure of the international community, it has to play clever: red bullets became rubber bullets and tear-gas; media control leveled up to smartphone control.
Still, students keep protesting, irritating and frightening: news of little brawls starts to surface and he tension increases.

How much time will pass before someone will order to use more “active” methods to suppress the protest?
How many other tragedies like the one occurred in 1989 we have to witness before these kind of “parties” and regimes will implode for good?

I’m afraid they are going to be a lot.

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